“What goes around comes around” è il titolo della nuova campagna promossa dall'agenzia JWT di Dubai ed intelligentemente citata dal noto portale sostenibile Treedom.
La campagna di comunicazionepromossa vuole porre l'attenzione, attraverso delle immagini suggestive, su uno dei disastri più imponenti degli ultimi decenni che infligge il nostro pianeta: l’inquinamento marino.
“What goes around comes around” è il titolo della nuova campagna promossa dall'agenzia JWT di Dubai ed intelligentemente citata dal noto portale sostenibile Treedom.
La campagna di comunicazionepromossa vuole porre l'attenzione, attraverso delle immagini suggestive, su uno dei disastri più imponenti degli ultimi decenni che infligge il nostro pianeta: l’inquinamento marino.
Gran parte dei rifiuti di plastica finisce in mezzo agli oceani
I rifiuti di plastica che finiscono negli oceani del nostro pianeta provocano un danno finanziario che è stato stimato almeno in 13 miliardi di dollari l'anno e minacciano la vita marina, il turismo e la pesca. Ad affermarlo due rapporti diffusi dall’Onu.
Gli scienziati hanno trovato frammenti di plastica intrappolati nel ghiaccio marino nelle regioni polari, mentre altri rifiuti di plastica hanno ucciso parte della vita marina, sia perchè mangiati da tartarughe, delfini o balene, sia perché hanno danneggiato habitat naturali ed essenziali come le barriere coralline, evidenzia l’Unep
Gli eventi climatici estremi, come precipitazioni più umide e prolungati periodi di caldo anomalo, sono chiari segnali che il clima sta cambiando anche in questa penisola sull'Oceano Atlantico a causa della grande quantità di CO2 emessa in atmosfera.
Dal mondo news di Lifegate ecco l'ultima pesante novità che sta creando non pochi problemi ai pinguini. Leggi qui
Nei paesi occidentali si consuma una quantità di cibo che supera di gran lunga quella necessaria per il proprio
soddisfacimento personale giornaliero.
La metà del cibo prodotta nel mondo, circa due miliardi di tonnellate, finisce nella spazzatura nonostante nella maggior
parte dei casi sia commestibile. Il dato, riportato anche da
Lifegate.it
, emerge da un rapporto del gennaio 2013 dell’ Institution of Mechanical
Engineers, associazione degli ingegneri meccanici
britannici. Tra i motivi di questo spreco ci sono le cattive abitudini della società occidentale, tesa ad
agire secondo comportamenti e prassi insane e poco sostenibili.
Secondo la FAO, però, lo
spreco di alimenti si verifica in diversi momenti della sua produzione; dall'inizio della filiera produttiva (semina
,coltivazione, raccolta) alla trasformazione industriale, distribuzione e suo consumo finale. Il dato più
sconcertante che si evince dalla ricerca FAO, però,
riguarda lo spreco alimentare annuo dei paesi ricchi, che buttano all'incirca la stessa quantità di alimenti
(222 milioni di tonnellate) dell'intera produzione alimentare netta dell'Africa sub-sahariana (230 milioni di
tonnellate).
Fra le cause di questo spreco di massa ci sono le cattive abitudini di milioni di persone; prima fra tutte l’eccessiva
spesa da parte dei consumatori, disposti a comprare più cibo del necessario, spesso attratti dalle mega offerte dei
supermercati; per non parlare delle scadenze troppo rigide apposte sugli alimenti che condizionano, non poco, molte
famiglie nella conservazione dei prodotti alimentari.
Come interrompere tale fenomeno? La risposta non è così semplice, ma potremmo intanto limitare tale spreco di cibo prendendo in considerazione alcune
alternative sostenibili da percorrere attraverso l’educazione alimentare, l’informazione e il coinvolgimento di istituzioni, governi,
produttori e distributori della filiera agroalimentare, intervenendo a tutto tondo sui cattivi costumi della nostra
cultura alimentare.
Per meglio riflettere su quanto finora evidenziato, vi suggerisco un video contro lo spreco di cibo nel mondo, prodotto dalla Ecobeneficios, un'impresa brasiliana esperta di consumo cosciente. Clicca qui per vedere il video POTREBBE INTERESSARTI ANCHE: Il cibo ai tempi della globalizzazione
Il settore della moda rappresenta uno dei più clamorosi sfruttamenti umani della nostra epoca. La pelle è il
materiale di origine animale più utilizzato nell’industria dell’abbigliamento. Scarpe, giubbotti, guanti, vestiti e
non solo; qualsiasi prodotto che contiene fibre di origine animale comporta lo sfruttamento degli animali ed un suo
maltrattamento. Di recente l'offerta si è estesa anche ai meno abbienti, grazie
alla produzione di alcuni capi economici che hanno, così, esteso il mercato della pelle. Lo shopping, inoltre, è in
aumento; siamo sempre più spinti dal desiderio di acquistare e consumare oggetti che producono in noi benessere.
Talvolta, però, dimentichiamo che questi oggetti sono il prodotto finale del massacro di altre forme di vita.
Secondo essereanimali.org il numero di animali uccisi per la propria pelliccia ogni anno nel
mondo si aggira attorno ai 70 milioni. Le stime più catastrofiche parlano solo di 1 miliardo di conigli.
L’85% della produzione mondiale di questo macabro indumento deriva da individui rinchiusi negli allevamenti
intensivi, mentre il restante viene catturato in natura con trappole di vario tipo. Prodotti che erano in origine
pelle di animale, quindi, vengono lavorati e messi tranquillamente in vendita per soddisfare le richieste di mercato.
Purtroppo, non è più solo il mondo delle pellicce a creare questo orrore. Negli ultimi anni tanti prodotti vengono
realizzati in cuoio, pelle, camoscio, seta o lana, comportando l'uccisione di povere ed indifese creature.
Come difenderci allora da questa crudeltà?
Oggi esistono tanti mezzi di informazione e, in qualche caso, le stesse
case di produzione si attivano contro tali massacri, incentivando la produzione e il conseguente acquisto di prodotti eco-friendly. Ma non basta! Nella maggior parte dei casi gli interessi delle grandi aziende prevalgono ed abilmente il consumatore è persuaso
e distolto nelle proprie scelte. E nel frattempo, solo in Italia ogni anno circa 35 mila animali vengono sacrificati
per essere trasformati in abiti o prodotti di vario genere. Nonostante le campagne di sensibilizzazione lanciate
dalle associazioni animaliste, la maggior parte dei consumatori continua a preferire capi di pelle ai tanti prodotti
in lattice ed eco-pelle. Un dato che evidenzia l'arretratezza del mondo occidentale e la poca sensibilità
di molti produttori e consumatori nei confronti di un mercato tanto indifferente e di una società antropocentrica. La cosa più sconcertante è
vedere come una società “civile” come quella attuale riesca ancora oggi a mettere sullo stesso piano etico una
pelliccia di visone con la vita di una creatura seziente, capace di amare e soffrire proprio come noi umani. Un
concetto ancora poco chiaro a molte persone, cui forse andrebbe mostrata un'immagine abbastanza eloquente presa da
natura.forpassion, che ritrae una protesta di AnimalNaturalis
svoltasi anni fa a Madrid da manifestanti in rivolta contro il mercato delle pellicce. E riflettere un momento sulle
tante brutalità commesse dall’uomo, ponendovi una semplice domanda: cosa provereste se tutto questo fosse fatto a noi?

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Capita non poche volte di vedere abbandonati sul ciglio della strada, o accatastati in zone periferiche di centri urbani, innumerevoli elettrodomestici vecchi o in disuso. Per di più in questi ultimi anni l'uso di apparecchiature elettroniche si è moltiplicato a dismisura. Oggi siamo più che mai circondati da oggetti elettronici e strumenti digitali: smartphone, tablet, computer, phon, frullatori, microonde e tanti altri ancora. Prodotti elettronici che con il tempo si deteriorano e non funzionano più, divenendo veri e propri rifiuti da eliminare con cura. Sono i cosiddetti RAEE - rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche. Questi necessitano uno smaltimento particolare poiché sono composti di elementi riciclabili, ma soprattutto perché contengono a loro interno materiale altamente inquinante. Invece, tocca assistere spesso a veri atti criminali da parte di gente che, per ignoranza o pigrizia, deturpa il paesaggio abbandonando in spazi aperti elettrodomestici di ogni genere, incuranti dell’impatto nocivo che essi hanno sulla salute umana e sull’ambiente. La verità è che spesso non si conosce la normativa riguardante lo smaltimento di questi rifiuti o i decreti che tutelano i cittadini stessi. Va detto, innanzitutto, che ci sono diverse isole ecologiche presenti in molte città del nostro paese. E’ inoltre possibile attenersi al decreto “uno contro uno”, che prevede la riconsegna al negoziante di un nostro prodotto elettronico al momento di un nuovo acquisto. Il negoziante sarà tenuto a ritirarlo e a preoccuparsi, così, del corretto smaltimento. Norme e prassi di cui spesso non siamo o non vogliamo esserne a conoscenza perché più comodo disfarcene abbandonandoli al primo angolo di strada isolata che troviamo sotto casa. Un'errata abitudine tipica del nostro paese culturalmente arretrato e poco empatico nei confronti dell’ambiente e del paesaggio. Quella brutale convinzione dei più di sentirsi troppe volte padroni assoluti di questo mondo, dimenticando che il nostro è un pianeta dalle risorse finite e che ha bisogno di equilibrio e sostegno. Quanto tempo ci vorrà ancora per porre fine a questa ignoranza e consegnare ai nostri figli una società fondata su sani principi e valori? Di questo passo sarà davvero dura per le future generazioni . POTREBBE INTERESSARTI ANCHE: Deforestation is not good
La crisi economica che ha colpito l’eurozona in questi ultimi anni ha avuto effetti negativi sul lavoro. In Italia le difficoltà principali riguardano la disoccupazione giovanile. Molte piccole-medie aziende sono costrette a chiudere o a tagliare per mancanza fondi. Ma c'è chi, invece, se ne approfitta sfruttando il momento di debolezza del paese e cavalcando l'insoddisfazione generale.
Ebbene si! Ci sono aziende che abusano del disagio sociale e offrono lavori senza retribuzione o a condizioni disumane, talvolta pari a livelli di schiavitù. Sentiamo parlare di stage gratuito o, in rari casi, di rimborso spese. Una tendenza che ha visto tanti giovani laureati accettare le più disparate offerte di lavoro, per nulla tutelate, pur di ricevere una considerazione nel mercato del lavoro. Le grandi aziende ne hanno fatto un vero e proprio business. In Italia la normativa non impone di retribuire gli stagisti. E le aziende o gli enti possono decidere autonomamente se pagare o meno il personale da loro assunto. La maggior parte degli stagisti, perciò, si ritrova a lavorare per otto ore al giorno dietro alcun compenso o, in casi fortunati, con un rimborso spese inferiore ai 400€. Lo stato di insicurezza che ha travolto la generazione attuale, nata a cavallo tra gli anni'70 e gli anni ‘80, è altissimo e il problema della disoccupazione è divenuto un vero trauma psicologico. Ma è proprio questo atteggiamento di resa e accondiscendenza che ci sta declassando come lavoratori ed individui della nostra società. Accettare di lavorare a qualsiasi “costo” è sbagliato. Dobbiamo rifiutare questo sfruttamento che le aziende ci impongono dall'alto. C'è più che mai bisogno di farsi strada in questa giungla sociale, non dimenticando che abbiamo tutti gli stessi diritti come cittadini e come lavoratori. E senza scordare che il lavoro si paga, perché è sudore, fatica, dedizione, sacrificio. Si paga perché è un diritto che va riconosciuto e dà valore. Facciamoci sentire allora! Esistono diversi strumenti. Oltre ai classici sindacati e associazioni, quella che mi sento di suggerirvi è la Rete. La potenza di internet non ha eguali. Il web non è uno strumento fatto solamente per chattare o pubblicare foto di viaggio con amici o fidanzati. Ha un enorme impatto sociale poiché è un potente megafono in grado di diffondere i vostri pensieri a macchia d'olio e in tempi rapidissimi. E visto il dramma socio-occupazionale ritengo sia giunta l'ora di denunciare tali truffe e rispondere tutti in coro un solo concetto: “La mia persona ha una dignità fisica e morale e merita rispetto!”. Il lavoro riflette ciò che siamo ed essere trattati senza dignità significa non essere considerati dalla nostra società. Pertanto, “non accettare lavori gratuiti o sottopagati” deve diventare il nostro diktat. Solo se diverrà un bisogno collettivo potremo essere in grado di cambiare la realtà che oggi ci annienta. E costringere le aziende a fare un passo indietro, perché il lavoro si paga..e a caro prezzo!
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Nella storia dell'umanità il cane è la specie domestica più antica. La presenza certa a fianco dell'uomo risale a
15.000 anni fa. Negli ultimi anni, però, si è assistito ad una trasformazione del rapporto uomo-cane. Nella società
moderna commettiamo spesso l'errore di voler considerare il cane un essere umano, come se avessimo di fronte
un bambino. Per i cani da borsetta, poi, abituati a vivere una vita intera come dei veri oggetti da viaggio,
subentrano seri problemi psicologici che impediscono ai piccoli di camminare se estratti dalla loro borsetta.
Comportamenti atroci che hanno radici profonde nell'uomo, abituato ad una visione antropocentrica e incapace di
accettare quella diversità comportamentale degli altri esseri viventi, ben distinta da quella umana. Infatti,
spesso interpretiamo l’“altro” proiettandovi il “se”, negando, cioè, ogni naturale comprensione del comportamento
animale. Commettendo tale errore li si umanizza.
I vip del cinema o dello spettacolo sono l'esempio
calzante di questo mal costume, i fautori di tale scempio. Di frequente li vediamo immortalati in copertine di moda
o riviste gossip in compagnia dei loro piccoli cuccioli, tra i più in voga il chihuahua, custoditi nella borsetta o addirittura portati a spasso
con i passeggini. Un lusso da parte dell'alta società che ha dato vita alla squallida moda degli
“handbag dogs” e fatto registrare un vero boom commerciale di negozi per cani, specializzati nella
vendita di oggetti di ogni tipo: vestiti, targhette, gioielli, collane, pettorine firmate. Una cattiva abitudine
che sposta il binomio uomo-cane verso un tipo di relazione madre-figlio. Con questo non voglio denigrare tutti i tipi
di relazione esistenti oggi tra uomo e cane. Esistono casi in cui la relazione sociale tra essi è funzionale e
salutare per entrambi. Penso al cane da salvataggio, un moderno bagnino da spiaggia abilissimo nel soccorso dei bagnanti
in pericolo. Ma non dobbiamo dimenticare che il cane non necessita degli stessi nostri bisogni, non ricerca, cioè, quel
legame sentimentale con il padrone nella maniera cui intendiamo noi umani. Ha semplicemente bisogno di una figura
leader all'interno del branco, capace di gestire il gruppo autorevolmente stabilendo delle regole. I ruoli,
pertanto, sono diversi e dovremmo essere capaci di relazionarci con essi partendo da un presupposto: l’accettazione della diversità. Non dimenticando che chi è in grado rispettare l’“altro” è altresì capace
di amare.
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Lo spazio urbano in cui viviamo incarna a pieno il tipico modello della società postindustriale. La città è oggi il risultato del progresso industriale, del boom economico, del consumo di massa. Il paesaggio assume connotati ben precisi, contraddistinto da maestose e squadrate strutture simmetriche che si ripetono ad oltranza per le vie del centro urbano, con contrasti e sfumature di grigio lungo il quale si distendono strade a 2, 3 o anche 4 corsie. La città riflette, pertanto, i segni della storia degli ultimi centocinquant'anni, protagonista assoluta di quel modello sociale basato sulla crescita e sullo sviluppo, attraverso cui la spinta produttiva ha modificato il paesaggio abitativo con l'emergere di stabilimenti e fabbriche venutesi a creare al fianco dei complessi residenziali. Uno spazio che negli ultimi decenni ha visto il sorgere di nuove attività di carattere commerciale, dovute al fiorire del settore terziario ed extraterziario. Uno scenario sempre più cementificato, dove a rimetterci, però, sono i cittadini stessi, alienati dagli effetti provocati da tale contesto. Il traffico, lo smog, la distanza (dis)funzionale che, paradossalmente, comporta tempi di spostamento maggiori rispetto a coloro i quali abitano nell'hinterland o in aree periferiche. Fattori che caratterizzano la routine giornaliera, scandita da ritmi troppo elevati e frenetici. La città moderna è un modello insostenibile per l'uomo. E lo stress? E’ una delle cause principali di morte nei “paesi occidentalizzati”: suicidi, depressione, problemi legati al lavoro o alla vita sociale. Tutti sintomi che rappresentano un evidente malessere che si è costretti a tollerare per sopravvivere al tam tam cittadino. Inutile nascondersi, la città oggi ha perso la sua vera funzionalità: la qualità della vita. Viviamo troppo meccanicamente divorando e consumando a ripetizione beni materiali, ammaliati dagli schemi culturali che la società moderna ci ha impartito e dimenticando spesso che la felicità non è qualcosa di misurabile quantisticamente e viene prima di ogni logica numericamente rappresentabile. La realtà urbana è incompatibile con la natura umana, sia dal punto divista ambientale che sociale. Il modello della città deve necessariamente rispecchiare i bisogni primari e le modalità attraverso cui l'uomo può ritrovare la sua naturale dimensione. Quando pensiamo alla città, dovremmo immaginare un luogo fruibile in cui poter condurre una vita più ecologica, in contesti e spazi a misura d'uomo e in armonia con l'ambiente circostante. Una via d'uscita è rappresentata oggi dalle moderne smart cities, le città intelligenti; delle comunità di medie dimensioni sostenibili, confortevoli e dinamiche, basate su parametri economici, culturali, sociali, ambientali, abitativi e gestionali. Il concetto su cui poggiano tali comunità verte su metodologie all'avanguardia in grado di migliorare la vivibilità degli abitanti. Grazie a degli strumenti messi a disposizione degli Enti Locali si può favorire la mobilità sostenibile, tramite forme di sviluppo compatibili per l'ambiente come l'energia pulita, capace di ridurre i costi energetici delle abitazioni e delle altre strutture presenti. Un passo importante per migliorare la qualità della vita. Molte città italiane si prestano a questo tipo di modello urbanistico. Da qualche anno l'Europa ha promosso un investimento pari a circa 11 miliardi di euro per progetti di smart cities, ma al momento le uniche realtà italiane candidate e pronte a ricevere parte dei finanziamenti sono Genova, Torino e Bari. Non basta! Le logiche del nostro paese continuano ad essere burocraticamente spinose e la realtà nazionale è dominata troppo spesso da politiche di malaffare. Intanto, i fondi e i progetti per migliorare l'habitat in cui viviamo sono stati promossi. Sta a noi, adesso, capire se siamo in grado di farci valere. Essere cittadini attivi è anche questo. POTREBBE INTERESSARTI ANCHE: Lavorare gratuitamente: la nuova tendenza del 2013

La deforestazione è una delle conseguenze più atroci dell’attività umana presenti sul nostro pianeta. Gli effetti negativi del disboscamento sono tanti e comprendono: effetto serra, desertificazione, erosione del suolo, inquinamento. Nella storia della vita sulla terra, l’uomo è la prima e la sola specie in grado di influire radicalmente sul destino di tutte le altre, animali e vegetali, sconvolgendo e distruggendo interi ecosistemi
Una delle maggiori cause al mondo del disboscamento è la produzione di carta. Nel mondo se ne producono circa 400 milioni di tonnellate e ognuno di noi sulla terra ne consuma circa 200 kg all'anno. Secondo AzzeroCO2 in Italia tra fatture e bollette utilizziamo circa 3 miliardi di fogli di carta, una spesa pari a 15 milioni di euro ed equivalente a 12 mila tonnellate di CO2. Da un punto di vista dell’effetto serra, evitare tale spreco comporterebbe un risparmio pari alla piantagione di oltre 17000 alberi. Altro fattore nocivo per il nostro pianeta è la produzione dell’ olio di palma, molto utilizzato nel settore alimentare ed industriale. L'uso massiccio di questo olio ha comportato un vero e proprio dimezzamento di aree verdi di alcuni paesi produttori e, come nel caso dell'Indonesia, il rischio di estinzione degli Orango, privati del loro habitat naturale. Allora, riflettendoci, vi domando: non è forse il caso di soffermarci sulle nostre azioni quotidiane, consapevoli del fatto che non siamo i soli a popolare questo pianeta e che ogni nostra azione si ripercuote su tutto l’ecosistema? Dobbiamo tener presente che siamo parte integrante di un organismo che non può essere privato del suo naturale equilibrio, pena la scomparsa di forme vegetali e animali e la conseguente perdita della biodiversità. POTREBBE INTERESSARTI ANCHE: Il cane: un esemplare sempre più umanizzato

Nell’era globalizzata sembra che il cibo sia divenuto sempre più un fattore quantitativo e non più qualitativo, un po’ come in tutti i nostri quotidiani acquisti di beni di consumo (vestiti, borse, scarpe, telefonini, occhiali, ecc.). Il “way of life” dal secondo dopoguerra in poi si è fatto sempre più strada e con il tempo si è appropriato anche della cultura italiana; eh già! Il bel paese, famoso nel mondo in primis per cibo e bellezze naturali, sembra via via aver ceduto il passo alla cultura U.S.A. padrona indiscussa del “fast food”, quella usanza culinaria del “mangiar veloce” a suon di sandwich, patatine fritte e bibite gassate pensata per venire incontro alle esigenze dei lavoratori, schiavi dei frenetici ritmi lavorativi che la società attuale ci impone. Apparentemente un vero mix di sapori che crea dipendenza e a cui non sappiamo più sottrarci. In realtà dietro a tanta ingannevole bontà si celano frattaglie di cibo e sostanze velenose per il nostro organismo, ricche di grassi e ottime per favorire l'obesità e malattie cardiovascolari. I tempi sono cambiati, su questo non vi è dubbio; ma l'odierna cultura occidentale globalizzata ci ha abituato a vivere le giornate secondo tempi troppo stressanti e veloci al punto da non essere più in grado di trascorrere una mezz'ora a tavola in compagnia dei nostri familiari, degli amici, o perché no dei nostri colleghi, godendo a pieno di una sana pausa pranzo ricca di cibo fresco e di qualità, rilassandoci un po’ come si faceva una volta, senza correre dietro al tempo e apprezzandone la bontà in tutti i suoi aspetti, per un piacere totale, fisico e mentale. Pertanto quello che ci si chiede oggi è: siamo ancora in grado di rimettere in discussione le nostre abitudini alimentari e di cambiare stile di vita? La sola risposta certa è che se davvero vogliamo riconsiderare ciò, dobbiamo necessariamente partire dalla base sociale su cui poggiano le nostre azioni: dobbiamo modificare il nostro paradigma culturale. POTREBBE INTERESSARTI ANCHE: Rifiuti elettronici: il brutto vizio di abbandonarli per strada
